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Romanzo

Gli antropologi: e se la vita che cerchiamo fosse già qui?

Asya e Manu sono una giovane coppia che vive in una città straniera, lontano dai rispettivi paesi d’origine, che nel romanzo non vengono mai specificati. Hanno costruito insieme una quotidianità fatta di lavoro, amicizie, serate, abitudini e piccoli rituali, mentre iniziano a cercare una casa da comprare. Asya è una documentarista e sta lavorando a un progetto dedicato a un parco della città, osservando e filmando le persone che lo frequentano e ciò che accade in uno spazio che, solo in apparenza, sembra sempre uguale. Intorno alla coppia si muovono Ravi, il loro amico più stretto, le amiche Lena e Sara, la vicina Tereza e le rispettive famiglie, rimaste lontane. Tra visite agli appartamenti, incontri con gli amici, telefonate ai parenti, pasti, passeggiate e momenti trascorsi insieme, il romanzo segue Asya e Manu mentre cercano di capire quale forma dare al proprio futuro e cosa significhi davvero mettere radici in un luogo che non è quello da cui provengono.

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Gli antropologi: e se fosse già questa una bella vita?

Ci sono libri in cui succedono tantissime cose e altri in cui, apparentemente, non succede quasi nulla.

Gli antropologi di Ayşegül Savaş appartiene forse alla seconda categoria. Eppure, andando avanti nella lettura, mi sono resa conto che dentro quella quotidianità fatta di colazioni, amici, lavoro, birra, vino, qualche canna fumata a letto, passeggiate e conversazioni, in realtà sta succedendo continuamente qualcosa.

Sta succedendo la vita.

Ed è forse proprio questo che mi è piaciuto di più del romanzo: la capacità di fermarsi su tutte quelle cose che normalmente consideriamo piccole, quasi insignificanti, e mostrarci quanto invece siano proprio quelle cose a costruire, giorno dopo giorno, la nostra esistenza.

Asya e Manu: essere stranieri e provare a sentirsi a casa

Al centro della storia ci sono Asya e Manu, una giovane coppia che vive lontano dai rispettivi paesi d'origine. Sono entrambi stranieri, hanno lasciato le loro famiglie e hanno costruito altrove una quotidianità fatta di lavoro, amici, abitudini e progetti. Si amano e stanno bene insieme, eppure rimane quella sottile paura che la loro vita possa appiattirsi o che, improvvisamente, possa arrivare qualche catastrofe capace di rompere l'equilibrio che hanno costruito.

È una sensazione che ho trovato tremendamente umana.

Perché a volte è proprio quando le cose vanno bene che iniziamo a domandarci quanto dureranno. Come se la tranquillità non potesse semplicemente esistere, ma dovesse necessariamente essere interrotta da qualcosa. C'è poi una scelta del romanzo che mi ha incuriosita molto: non sappiamo mai esattamente quali siano i paesi d'origine di Asya e Manu e nemmeno viene dato un nome preciso alla città in cui vivono.

All'inizio questa mancanza di riferimenti può sembrare strana, ma andando avanti ho iniziato ad apprezzarla.

Forse non è così importante sapere da dove vengano o dare un nome alla città che li ospita. Potrebbero essere due persone in tantissimi luoghi diversi del mondo, due giovani che hanno lasciato ciò che conoscevano per costruire altrove la propria vita.

La domanda, allora, diventa un'altra: che cosa significa davvero appartenere a un luogo?

È il posto in cui siamo nati? Quello in cui vive la nostra famiglia? Oppure quello nel quale, giorno dopo giorno, abbiamo scelto di costruire la nostra vita?

Una lingua che diventa casa

Asya e Manu non condividono nemmeno la stessa lingua madre e anche questo particolare mi ha fatto riflettere. Provengono da realtà differenti eppure, stando insieme, hanno costruito un loro modo di comunicare. Un linguaggio fatto certamente di parole, ma anche di gesti, riferimenti, battute, silenzi e piccole abitudini che appartengono soltanto a loro.

E forse una casa comincia proprio così, molto prima di avere delle mura.

Può essere sapere come l'altra persona prende il caffè, riconoscere un'espressione sul suo volto prima ancora che dica qualcosa, avere battute che nessun altro capirebbe o sapere quando è il momento di parlare e quando invece basta semplicemente rimanere accanto all'altro.

Forse sentirsi a casa con qualcuno significa anche creare un piccolo mondo comprensibile soltanto a voi due. Ed è proprio per questo che la ricerca di una nuova casa assume, almeno per me, un significato molto più grande.

Ma serve davvero comprare una casa per mettere delle fondamenta?

Asya e Manu cercano una casa da comprare e, mentre visitano appartamenti e immaginano possibili futuri, mi sono ritrovata a pensare a quanto significato attribuiamo all'idea di possedere una casa.

Perché sentiamo il bisogno di comprarne una per avere la sensazione di aver messo delle fondamenta con qualcuno?

Una relazione diventa più solida quando esistono delle stanze che appartengono a entrambi, delle chiavi condivise e un indirizzo che possiamo finalmente chiamare nostro?

Oppure le fondamenta erano già lì?

Nelle colazioni insieme, nelle serate con gli amici, nelle conversazioni prima di addormentarsi, nelle piccole abitudini ripetute ogni giorno e persino nei momenti di noia. Forse Asya e Manu stanno cercando una casa senza rendersi completamente conto che, nel frattempo, una vita insieme l'hanno già costruita.

E questa è probabilmente una delle riflessioni del libro che più mi è rimasta addosso.

Siamo abituati ad associare l'età adulta a determinati traguardi: una casa, un lavoro stabile, una relazione, una famiglia. Come se soltanto dopo aver messo una serie di spunte potessimo finalmente dire di essere arrivati.

Ma arrivati dove?

E soprattutto, quando possiamo dire di aver davvero costruito qualcosa con una persona?

Le famiglie lontane e la vita che continua senza di noi

C'è poi tutto quello che Asya e Manu hanno lasciato nei rispettivi paesi d'origine. Perché scegliere di vivere altrove significa costruire qualcosa di nuovo, ma significa anche accettare una distanza.

I parenti continuano ad avere le loro vite. Le persone invecchiano, cambiano, si ammalano, attraversano momenti importanti e non sempre possiamo essere presenti.

Questa parte del romanzo aggiunge, secondo me, una sfumatura malinconica al concetto di casa.

Quando viviamo lontano possiamo creare nuovi legami, nuove abitudini e persino una nuova famiglia, ma ciò non cancella necessariamente quella da cui proveniamo. In particolare, mi ha colpita la presenza della nonna di Asya e il confronto tra il suo modo di vedere le cose e quello della nipote.

C'è anche qualcosa di tenero nella difficoltà della nonna di comprendere fino in fondo il lavoro di Asya e il suo interesse per la quotidianità del parco. Due generazioni che attribuiscono importanza a cose differenti e che, proprio per questo, sembrano a volte guardare il mondo da prospettive lontane.

Mi ha fatto pensare a quanto sia strano crescere e accorgersi che anche le persone che abbiamo sempre considerato punti fermi stanno cambiando.

E allora vivere lontano porta con sé una domanda inevitabile: quanto costa costruirsi una vita altrove?

Possiamo sentirci pienamente a casa in un luogo nuovo senza provare, almeno qualche volta, la sensazione di esserci persi qualcosa nel luogo da cui proveniamo?

Ravi e tutte le persone che diventano parte della nostra vita

Poi c'è Ravi, il loro migliore amico, così pragmatico e concreto, quasi un contrappeso ai pensieri e alle incertezze che attraversano la coppia. Ma intorno ad Asya e Manu ruota un piccolo universo di persone.

Ci sono Lena e Sara, amiche vicine e allo stesso tempo molto diverse, e poi ci sono conoscenti, amici e persone che entrano ed escono dalle loro giornate.

Mi è piaciuto molto questo aspetto perché il romanzo sembra ricordarci che la nostra esistenza non è composta soltanto dalla relazione sentimentale che abbiamo scelto. Ci sono gli amici con cui condividiamo una birra o un bicchiere di vino, quelli con cui possiamo parlare per ore e quelli che vediamo meno spesso ma che continuano comunque a occupare uno spazio importante nella nostra vita.

E poi c'è Tereza, la vicina di casa che ama la poesia.

La sua presenza mi ha fatto pensare a tutte quelle persone che incontriamo quasi per caso e che, senza che ce ne accorgiamo, diventano parte della geografia delle nostre giornate. Forse, quando viviamo lontano dalla nostra famiglia d'origine, alcune di queste persone finiscono anche per diventare una sorta di famiglia scelta.

E forse anche questo significa costruire una casa: non soltanto trovare un luogo nel quale vivere, ma circondarsi di persone con le quali sentirsi liberi di essere se stessi.

Il documentario: osservare qualcosa che sembra immobile

Uno degli aspetti del romanzo che più mi sono rimasti impressi è il documentario di Asya sul parco.

A prima vista un parco potrebbe sembrare un soggetto nel quale non succede praticamente niente. È lì, apparentemente fermo e sempre uguale.

E invece basta osservare.

Le persone arrivano e se ne vanno, qualcuno si incontra, qualcuno rimane solo, cambiano le stagioni, cambiano le abitudini e ogni giorno qualcosa è leggermente diverso dal precedente.

Mi è sembrato quasi un riflesso del romanzo stesso.

Anche leggendo Gli antropologi possiamo avere l'impressione che non stia succedendo niente di straordinario. Non ci sono necessariamente grandi avvenimenti a scandire continuamente la storia. Ci sono persone che lavorano, mangiano, bevono, parlano, fanno progetti, cambiano idea, si incontrano.

Eppure qualcosa sta cambiando continuamente.

Forse dipende tutto da come scegliamo di guardare.

Le relazioni cambiano senza fare rumore, le amicizie si trasformano, nascono nuovi desideri, alcune paure scompaiono e ne arrivano altre. Prendiamo decisioni che sembrano piccole e che magari, anni dopo, scopriremo essere state fondamentali.

Quante cose cambiano nella nostra vita mentre abbiamo l'impressione che non stia cambiando niente?

La paura che arrivi una catastrofe

C'è una sensazione che attraversa la storia e che ho trovato particolarmente interessante: la paura che qualcosa possa andare storto.

Come se una vita tranquilla non potesse semplicemente essere accettata per quello che è.

Forse siamo talmente abituati a pensare che una storia debba avere una grande svolta, un conflitto o una catastrofe che finiamo per aspettarci qualcosa di simile anche nella nostra esistenza.

Se tutto procede normalmente, iniziamo quasi a sospettare che quella normalità non possa durare.

E invece magari non arriva nessuna catastrofe.

Ci svegliamo, facciamo colazione, lavoriamo, incontriamo un amico, mangiamo un dolce, beviamo qualcosa, torniamo dalla persona che amiamo e il giorno dopo ricominciamo.

Ma sarebbe davvero così poco?

E se fosse già questa una bella vita?

È forse questa la sensazione che più mi è rimasta dopo Gli antropologi.

Passiamo molto tempo aspettando i grandi momenti della nostra esistenza: il grande amore, la casa, il lavoro giusto, il viaggio, il successo, quella decisione che dovrebbe finalmente farci sentire arrivati.

Nel frattempo, però, la vita sta già succedendo.

Succede durante una colazione fatta senza fretta, in un dolce mangiato insieme, nel sole di una giornata qualsiasi, in una conversazione con un'amica, in una poesia condivisa, in una birra bevuta la sera o semplicemente nella presenza della persona che dorme accanto a noi.

Succede nelle telefonate ai familiari lontani, nella nostalgia per ciò che abbiamo lasciato, negli amici che diventano famiglia e nelle persone che continuano a tornare.

Forse è proprio questo che ho trovato più bello nel romanzo: la capacità di osservare una vita ordinaria senza considerarla una vita insignificante.

Non so se Asya e Manu abbiano davvero bisogno di comprare una casa per mettere delle fondamenta alla loro relazione.

Forse quelle fondamenta esistono già.

Sono nel linguaggio che hanno costruito insieme, nelle persone che li circondano, nelle famiglie che continuano a portare con sé, nei progetti, nelle paure, nelle mattine condivise e in tutte quelle piccole abitudini che sembrano non avere importanza fino al momento in cui ci accorgiamo che, messe una accanto all'altra, sono diventate la nostra vita.

E allora forse la domanda non è soltanto: che cosa ci manca per essere felici?

Forse, qualche volta, dovremmo fermarci e chiederci:

E se fosse già questa una bella vita?

E voi? Che cosa significa per voi sentirvi davvero a casa? È un luogo, una persona, la famiglia da cui provenite o quella che avete costruito nel tempo?

E soprattutto: serve davvero una casa per mettere delle fondamenta con qualcuno, oppure quelle fondamenta iniziano molto prima, nelle piccole cose che scegliamo di condividere ogni giorno?

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