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Romanzo

Fame di Choi Jin-young: siamo mostri o semplicemente esseri umani?

In Fame di Choi Jin-young, Dam deve affrontare la morte del suo compagno Gu. Incapace di accettare la separazione, compie un gesto estremo: decide di mangiare il suo corpo, nel tentativo di tenerlo per sempre dentro di sé. Una storia intensa e disturbante che, attraverso un amore fuori da ogni convenzione, esplora il dolore della perdita, il lutto e la difficoltà di lasciare andare chi amiamo.

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«La speranza è negativa, perché rappresenta il futuro.»

È questa la frase che mi è rimasta più impressa di Fame di Choi Jin-young. Una frase che ho continuato a rigirarmi nella testa anche dopo aver chiuso il libro. Siamo abituati a pensare alla speranza come a qualcosa di bello, qualcosa a cui aggrapparci nei momenti difficili. E invece qui assume un significato diverso, quasi crudele. Sperare significa immaginare un domani, ma cosa succede quando quel domani è proprio ciò che non vogliamo affrontare?

Fame è stata una lettura a tratti faticosa, persino disgustosa. Ci sono pagine che mi hanno messa a disagio, immagini che avrei voluto allontanare dalla mente. Eppure, dietro ciò che può apparire macabro e disturbante, ho trovato una profondità che non mi aspettavo. Un modo estremo di raccontare sentimenti che, in fondo, conosciamo tutti.

Non è il gesto, ma ciò che nasconde

La premessa della storia è nota: Dam mangia il corpo del suo compagno Gu dopo la sua morte. È un'immagine che inevitabilmente colpisce e che può suscitare repulsione ancora prima di aprire il libro. Ma per me non è questo il punto. O almeno, non è il punto più importante.

Il punto è la separazione da ciò che amiamo. È il lasciare andare e, soprattutto, il non voler lasciare andare.

Quando amiamo qualcuno, quanto di quella persona diventa parte di noi? E cosa rimane quando non c'è più? Siamo davvero capaci di accettare che una presenza così importante possa trasformarsi improvvisamente in un'assenza?

Gu diceva a Dam che, se lei fosse morta, lui l'avrebbe mangiata. E la cosa che più mi ha colpita è che quelle parole, nel loro mondo, non suonavano strane. Non sembravano una minaccia, né una provocazione. Erano quasi una dichiarazione d'amore. Terribile, certo, ma anche disperatamente intima. Come dire: non sopporterei di perderti, non potrei accettare che di te non restasse nulla, vorrei custodirti dentro di me nel modo più assoluto possibile.

È qui che il romanzo ha cominciato a turbarmi davvero. Non tanto davanti alla descrizione di un gesto estremo, ma davanti alla possibilità di comprenderne, almeno emotivamente, l'origine.

Quando l'amore non sa accettare l'assenza

C'è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di trattenere chi amiamo. Conserviamo fotografie, vestiti, oggetti, messaggi. Cerchiamo una voce nei ricordi, un profumo in una stanza, un'abitudine nei piccoli gesti quotidiani. Facciamo di tutto per impedire che una persona scompaia completamente dalla nostra vita.

Dam porta questo bisogno oltre ogni limite. E proprio quell'eccesso mi ha fatto riflettere su quanto possa essere sottile, a volte, il confine tra il desiderio di ricordare e quello di possedere. Tra l'amore e la paura di perdere.

Non credo che Fame chieda al lettore di giustificare ciò che accade. A me è sembrato piuttosto che chiedesse qualcosa di più difficile: provare a guardare un sentimento anche quando assume una forma che ci ripugna. Perché possiamo trovare un gesto mostruoso e, nello stesso tempo, riconoscere il dolore da cui nasce.

È questa contraddizione che mi ha accompagnata durante la lettura.

La fame di ciò che non può tornare

Più andavo avanti, più sentivo che quella del titolo non era soltanto una fame fisica. Era fame di presenza, di vicinanza, di un tempo che non può essere restituito. Fame di qualcuno che non possiamo più abbracciare, ascoltare, raggiungere.

Ma leggendo ho pensato anche a un'altra fame, quella che ci accompagna ogni giorno. Viviamo in una società che sembra avere sempre fame di qualcosa: di successo, di amore, di attenzioni, di cose da possedere, di una felicità che continuiamo a rincorrere. Abbiamo tanto, eppure spesso ci sembra di non avere abbastanza. E mi sono chiesta se, in fondo, non sia proprio questa una delle nostre contraddizioni: desiderare continuamente qualcosa, senza riuscire a capire quando siamo davvero sazi.

La fame di Dam è estrema, lontanissima dalla nostra quotidianità, ma mi ha fatto pensare a quante forme possa assumere il bisogno di riempire un vuoto. A volte cerchiamo di colmarlo con le persone, altre con gli oggetti, con il lavoro, con nuovi traguardi. E forse non sempre ci rendiamo conto che alcune mancanze non possono essere riempite, ma soltanto accettate.

E allora sono tornata a quella frase iniziale: «La speranza è negativa, perché rappresenta il futuro.»

Forse anche la speranza, in qualche modo, nasce da una fame. Dal desiderio che domani ci sia qualcosa di diverso, qualcosa di migliore, qualcosa che oggi ci manca. Ma quando perdiamo qualcuno, quel futuro può diventare proprio ciò che temiamo. Perché ogni giorno che arriva è un giorno in cui quella persona non ci sarà.

È questo contrasto che mi ha colpita: passiamo la vita a desiderare il futuro, ma ci sono momenti in cui daremmo qualsiasi cosa per fermare il tempo. Vogliamo andare avanti e, nello stesso tempo, vorremmo trattenere ciò che stiamo perdendo.

E forse è proprio in questa contraddizione che ho trovato uno dei significati più profondi di Fame.

Quello che mi ha lasciato Fame

Eppure, nonostante alcuni passaggi siano stati faticosi e a volte persino disgustosi, Fame mi è piaciuto proprio per la profondità che ho trovato dietro una storia così disturbante. Perché alla fine mi sono soffermata molto meno sul gesto di Dam e molto di più su quello che rappresentava.

Mi ha fatto pensare a quanto siamo impreparati alla separazione, a quanto vorremmo rendere eterno ciò che per sua natura non può esserlo. E a come l'amore, quando incontra la perdita, possa trasformarsi in qualcosa che non riconosciamo più.

E forse è proprio questo che mi ha turbata di più: ritrovare, dietro una storia così lontana dalla mia realtà, una paura profondamente umana, quella di perdere per sempre qualcuno che amiamo.

Ho chiuso Fame con un senso di inquietudine e tante domande. Soprattutto una: come si può guardare al futuro quando tutto ciò che desideriamo appartiene al passato? Non avevo mai pensato alla speranza come a qualcosa di cui avere paura, eppure questo romanzo mi ha fatto riflettere proprio su questo. A volte sperare significa accettare che la vita sarà diversa da come l'avevamo immaginata, e forse non siamo sempre pronti a farlo.

Non ho trovato risposte, ma non credo che questo libro volesse darmene. Mi ha lasciato piuttosto il desiderio di interrogarmi su ciò che siamo capaci di provare quando l'amore si scontra con la perdita, ma anche su quella fame che ci accompagna nella vita e che non sempre sappiamo riconoscere.

E voi, cosa ne pensate? Siamo mostri o semplicemente esseri umani, con tutte le nostre fragilità e contraddizioni? Fino a che punto può spingersi il bisogno di non perdere chi amiamo? E se lasciare andare significa accettare un futuro senza quella persona, può persino la speranza diventare qualcosa di cui avere paura?

Mi piacerebbe conoscere i vostri pensieri, soprattutto se avete letto Fame.

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