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NARRATIVA

La vegetariana di Han Kang: ciò che gli altri non riescono a vedere

Yeong-hye conduce una vita apparentemente ordinaria insieme al marito, fino a quando una serie di sogni inquietanti e violenti la porta a prendere una decisione improvvisa: smettere di mangiare carne. Quella che potrebbe sembrare una semplice scelta alimentare diventa presto qualcosa di molto più profondo. La sua decisione provoca incomprensione e ostilità nella famiglia e mette in discussione gli equilibri e le aspettative che hanno sempre regolato la sua vita. La storia di Yeong-hye ci viene raccontata soprattutto attraverso lo sguardo delle persone che la circondano: il marito, il cognato e la sorella. Mentre il suo rapporto con il cibo, con il proprio corpo e con il mondo cambia sempre di più, diventa evidente che il vegetarianismo è soltanto il punto di partenza di un percorso molto più radicale e doloroso.

la vegetariana han kang
la vegetariana han kang

La vegetariana è stato il mio primo incontro con Han Kang e devo dire che mi ha spiazzata.

È uno di quei libri che, mentre li leggi, ti fanno provare sensazioni difficili da mettere insieme. Da una parte ho sentito una forte empatia per la protagonista, Yeong-hye; dall'altra ho provato un disagio crescente, che mi ha accompagnata per buona parte della lettura e che, in qualche modo, è rimasto anche dopo aver chiuso il libro.

E forse è proprio questo contrasto ad avermi colpita maggiormente.

Già il titolo, La vegetariana, è perfetto e allo stesso tempo quasi fuorviante. Perché tutto comincia effettivamente dalla decisione di Yeong-hye di non mangiare più carne, ma basta andare avanti nella lettura per capire che non siamo davanti a una storia sul vegetarianismo e nemmeno, almeno nel senso più immediato, a una scelta dettata da motivazioni etiche.

C'è qualcosa di molto più profondo. Qualcosa di intimo, doloroso e difficile da raggiungere. E tutto comincia da un sogno.

Un sogno che rompe l'equilibrio

Yeong-hye conduce apparentemente una vita ordinaria. È sposata, vive all'interno di una quotidianità regolata da abitudini e aspettative e, almeno agli occhi degli altri, non sembra esserci nulla destinato a cambiare.

Poi arrivano i sogni.

Sogni inquietanti, attraversati da immagini di carne, sangue e violenza, che la turbano profondamente e dopo i quali decide di eliminare la carne dalla propria alimentazione.

Potrebbe sembrare una decisione personale, qualcosa che riguarda soltanto lei e il suo corpo.

Ma non è così che viene percepita dagli altri. Ed è qui che, secondo me, il romanzo comincia davvero.

Perché il problema non sembra essere soltanto capire perché Yeong-hye abbia smesso di mangiare carne. Il problema, per chi le sta intorno, è anche il fatto che abbia deciso qualcosa autonomamente, rompendo un equilibrio e smettendo di comportarsi come ci si aspetta da lei.

Quella che potrebbe essere considerata una scelta privata diventa improvvisamente un problema collettivo.

Ed è una cosa che durante la lettura mi ha fatto riflettere molto.

Quanto siamo davvero liberi di cambiare quando il nostro cambiamento mette in discussione le aspettative degli altri?

E quanto siamo disposti ad accettare le scelte di una persona quando non riusciamo a comprenderle?

Un titolo giusto e allo stesso tempo fuorviante

Prima di leggere il romanzo, il titolo può facilmente far pensare che il vegetarianismo sia il suo vero argomento.

In realtà è soltanto il punto di partenza.

La rinuncia alla carne diventa il primo gesto visibile di qualcosa che sta accadendo molto più in profondità dentro Yeong-hye.

Per questo ho trovato il titolo quasi ingannevole, ma nel senso più interessante del termine: ci porta verso un tema apparentemente semplice e riconoscibile, per poi trascinarci in un territorio completamente diverso.

Non siamo davanti a una discussione sul mangiare o non mangiare carne. Siamo davanti a una donna che comincia a rifiutare qualcosa.

Prima la carne. Poi, progressivamente, sembra rifiutare molto di più.

Ed è proprio cercando di capire che cosa stia davvero rifiutando che la lettura diventa sempre più inquietante.

Forse è anche per questo che il titolo acquista un significato diverso dopo aver terminato il romanzo. All'inizio sembra descrivere Yeong-hye. Alla fine ci rendiamo conto che quella definizione riesce a raccontare soltanto una piccolissima parte di ciò che le sta accadendo.

Yeong-hye raccontata dagli altri

Una delle scelte narrative che più mi ha colpita è che Yeong-hye, pur essendo al centro di tutto, non è la principale voce attraverso cui conosciamo la sua storia.

La osserviamo soprattutto attraverso gli altri. Attraverso il marito, il cognato e la sorella.

Sono loro a raccontarci Yeong-hye da prospettive completamente diverse e, attraverso i loro sguardi, anche la nostra percezione di lei continua a cambiare.

Yeong-hye non è però completamente priva di voce: soprattutto nella prima parte, alcuni frammenti ci permettono di avvicinarci direttamente ai suoi sogni e alla sua interiorità. E forse proprio per questo ho trovato ancora più forte il contrasto tra quello che percepiamo attraverso di lei e quello che gli altri vedono dall'esterno.

È una scelta narrativa che mi ha fatto sentire Yeong-hye contemporaneamente vicinissima e lontanissima.

È il centro della storia, eppure rimane difficile da raggiungere davvero.

E questo mi ha fatto pensare a una cosa: quanto conosciamo realmente una persona quando la osserviamo soltanto attraverso ciò che fa?

Possiamo vedere un comportamento. Possiamo giudicare una scelta. Possiamo stabilire che qualcosa ci sembra incomprensibile. Ma sapere che cosa sta succedendo dentro quella persona è un'altra cosa.

Quando conta più ciò che penseranno gli altri

C'è poi l'aspetto familiare e culturale, che secondo me rende il romanzo ancora più forte.

Yeong-hye vive all'interno di un contesto nel quale pesano le aspettative familiari e sociali, i ruoli e i comportamenti considerati appropriati.

La sua scelta diventa così qualcosa che mette in difficoltà anche chi le sta intorno. Ed è proprio questo uno degli aspetti che mi ha provocato maggiore disagio.

In diversi momenti ho avuto la sensazione che l'attenzione fosse concentrata più sulle conseguenze del suo comportamento che sul motivo per cui quel comportamento esistesse.

È come se la domanda fosse: “Perché non può semplicemente comportarsi normalmente?”

quando forse dovrebbe essere: “Che cosa le sta succedendo?”

E tra queste due domande c'è una distanza enorme.

Perché la prima parte da ciò che gli altri si aspettano da lei.

La seconda parte da lei.

Ed è forse qui che ho sentito maggiormente empatia per Yeong-hye: nel vedere quanto sia difficile per chi le sta intorno uscire dai propri schemi abbastanza da provare davvero a comprendere ciò che sta vivendo.

Il corpo come ultimo spazio personale

Durante la lettura ho avuto spesso la sensazione che il corpo di Yeong-hye diventasse una sorta di campo di battaglia.

Il suo corpo è osservato, giudicato, desiderato, controllato. Gli altri cercano di intervenire sulle sue decisioni, su ciò che dovrebbe mangiare e sul modo in cui dovrebbe comportarsi. In uno dei momenti più duri del romanzo, il tentativo di imporle nuovamente la carne supera persino il confine della semplice pressione familiare.

Ed è difficile leggere certe scene senza provare disagio. Perché a quel punto non stiamo più parlando soltanto di cibo.

Stiamo parlando del diritto di decidere del proprio corpo.

E allora mi sono chiesta: che cosa succede quando una persona sente di non avere più controllo su quasi nulla?

Forse il corpo diventa l'ultimo spazio sul quale provare a esercitare una scelta.

Questa è stata una delle interpretazioni che mi hanno accompagnata maggiormente durante la lettura.

Ma Han Kang porta questa idea sempre più lontano e lo fa in una direzione che diventa inquietante, dolorosa e a tratti difficile da sostenere.

Perché quella che inizialmente potrebbe sembrare una semplice ribellione comincia ad assumere un significato molto più profondo.

E molto più estremo.

Il desiderio di diventare qualcos'altro

Procedendo nella storia, il rifiuto di Yeong-hye sembra andare oltre la carne. Oltre il cibo.

Forse persino oltre il proprio corpo e la propria condizione umana. Ed è qui che La vegetariana diventa per me ancora più difficile da definire.

C'è qualcosa nel suo progressivo desiderio di avvicinarsi al mondo vegetale e di allontanarsi da quello umano che mi è sembrato allo stesso tempo poetico e terribile.

Come se Yeong-hye non volesse semplicemente vivere diversamente, ma desiderasse sottrarsi completamente a qualcosa che percepisce come insopportabile.

Ed è qui che sono tornata con il pensiero ai sogni da cui tutto era cominciato. Forse non sono soltanto l'origine della sua decisione.

Forse sono il momento in cui qualcosa che era già dentro di lei riesce finalmente a emergere.

Oppure siamo noi lettori ad avere bisogno di trovare un'origine precisa, una spiegazione che possa mettere ordine in qualcosa che ordinato non è.

E forse Han Kang non vuole darcela.

Questa ambiguità mi è piaciuta molto perché non ci permette di sistemare Yeong-hye dentro una spiegazione comoda. Continuiamo a interrogarci su di lei, ma una parte del personaggio rimane sempre fuori dalla nostra portata.

Guardare qualcuno non significa comprenderlo

Forse uno degli aspetti che più mi hanno colpita del romanzo è proprio il modo in cui Yeong-hye viene continuamente vista dagli altri.

Ma essere visti non significa necessariamente essere compresi. Anzi, in questo romanzo a volte sembra accadere esattamente il contrario.

Più gli altri la osservano, più rischiano di trasformarla in ciò che loro vedono in lei.

Per qualcuno diventa una moglie che non si comporta come dovrebbe. Per qualcun altro qualcosa da desiderare. Per qualcun altro ancora una persona da proteggere, da capire o forse da salvare.

Ma chi è Yeong-hye per se stessa?

È una domanda alla quale, terminato il libro, non sono sicura di saper rispondere.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti della storia: la protagonista è sempre lì, davanti a noi, eppure continuiamo a non poterla possedere completamente attraverso una spiegazione.

Il disagio della lettura

Non posso dire di aver letto La vegetariana sentendomi a mio agio. Anzi.

Ci sono situazioni che mi hanno disturbata e personaggi che mi hanno provocato rabbia, incredulità o repulsione.

Eppure non considero questo disagio un limite del romanzo. Al contrario, credo che faccia parte dell'esperienza della lettura.

Han Kang non sembra volerci offrire una storia rassicurante né darci spiegazioni semplici. Non ci accompagna verso una soluzione capace di mettere ogni cosa al proprio posto.

Ci mette davanti a qualcosa che progressivamente si spezza e ci costringe a osservarlo.

E noi lettori rimaniamo lì, spesso incapaci di decidere fino in fondo cosa pensare.

Forse è proprio per questo che il romanzo continua a lavorare dentro di noi anche dopo averlo terminato.

Perché non ci lascia una risposta. Ci lascia delle domande.

Il mio primo incontro con Han Kang

Essendo stato il primo libro che ho letto di Han Kang, non sapevo bene cosa aspettarmi.

Di certo non mi aspettavo questo.

Pensavo che il titolo mi stesse indicando la strada e invece, andando avanti, ho capito che mi aveva mostrato soltanto la porta d'ingresso.

Dietro quella scelta apparentemente semplice — non mangiare più carne — ho trovato un romanzo che mi ha fatto riflettere sull'identità, sul corpo, sulla famiglia, sulla violenza, sul controllo, sul desiderio di sottrarsi e soprattutto sulla difficoltà di comprendere qualcuno quando ciò che sta vivendo non rientra nei nostri schemi.

Ed è probabilmente per questo che La vegetariana mi ha lasciato addosso due sensazioni apparentemente opposte: una grande empatia e un profondo disagio.

Empatia perché, anche quando non riuscivo a comprendere fino in fondo Yeong-hye, sentivo quanto fosse sola dentro ciò che stava vivendo.

Disagio perché la sua storia diventa progressivamente sempre più difficile da osservare senza sentirsi coinvolti, disturbati o persino impotenti.

Forse, però, è proprio lì che questo libro voleva portarmi.

Dentro una storia in cui una donna smette di mangiare carne, ma nella quale il cibo, alla fine, è soltanto l'inizio. E continuo a tornare con il pensiero a quei sogni da cui tutto parte.

Sono davvero l'inizio di qualcosa?

Oppure sono semplicemente il momento in cui qualcosa che esisteva già dentro Yeong-hye trova finalmente il modo di venire fuori?

Non lo so.

E forse è proprio il fatto di non riuscire a trovare una risposta definitiva ad avermi spiazzata così tanto.

La vegetariana non è stato il libro che mi aspettavo di leggere.

tazza chat
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Ed è forse proprio per questo che, una volta terminato, ha continuato a farmi pensare.

E voi? Avete letto La vegetariana? Vi siete sentiti più vicini a Yeong-hye o avete provato soprattutto disagio davanti alle sue scelte? E secondo voi le persone che la circondano hanno mai provato davvero a capire cosa le stesse accadendo, oppure hanno cercato soprattutto di riportarla dentro ciò che per loro era normale?

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